Leggendo il giornale…

Stamane, durante una delle sempre più rare  “pausa netprinter” – ovvero il tempo morto che la stampante di rete smaltisce i lavori che le arrivano prima che stampi quello che tu le hai inviato – leggendo le news in evidenza di Google ho trovato un trafiletto che diceva:

“Corriere della Sera: Il trucco per diventare dei geni matematici? Imparare a leggere”

 

Sono andato a leggere l’articolo, il cui testo integrale trovate qui  ed ho trovato delle affermazioni, dal mio punto di vista, su cui riflettere. Ed ho deciso di spendere il poco e prezioso tempo che mi avanza per scrivere questo post.

Di seguito alcuni stralci dell’articolo in questione.

Volete dei figli e delle figlie forti in matematica? Insegnate loro a leggere. Perché le scarse performance dei nostri ragazzi nelle prove standardizzate di matematica (Invalsi, Ocse-Pisa, Timss) non derivano tanto da errori di calcolo quanto dal fraintendimento del testo, dall’incapacità appunto di «leggere», di interpretare correttamente la consegna da svolgere.(…omissis…)

E già qui a me sorge spontanea una domanda: come si fa ad insegnare a leggere ai propri figli se, SPESSO, non siamo in grado noi stessi di capire quello che stiamo leggendo?  E non sto parlando di testi scritti in assiro-babilonese o di complessi  testi che parlano di logica formale o altro: mi riferisco al quitidiano!

Ricordo quando mia madre o mio padre, tornati stanchi dal lavoro, si sedevano accanto a me ( magari incavolati per motivi extra familiari ) e cercavano di capire prima loro e poi di “tradurre” quello che c’era scritto sul libro in un  linguaggio alla mia portata. “Prima di scrivere capisci quello che c’é scritto nel problema” era la loro tiritera. Sembra facile…………

Una seconda domanda che mi si presenta sotto gli occhi è la seguente: quanti, oggi, farebbero una cosa del genere ? Quanti invece, quando il figlio va a chiedere una cosa, una qualsiasi cosa, lo rimandano a giocare con la playstation o su qualche social network o con diavolerie similari ?

Vabbé, meglio mi fermi!

Il capitano di Flaubert, il pastore e le sue 12 pecore

C’è un caso di scuola, tratto da una lettera di Flaubert alla sorella, che spiega bene il tipo di meccanismo che si nasconde dietro un banale errore matematico. In una classe elementare – ma l’esempio vale per i bambini e i ragazzi di tutte le età – è stato posto il seguente quesito: «Un pastore ha 12 pecore e 6 capre. Quanti anni ha il pastore?» (nell’originale ottocentesco si parlava di capitani, velieri e barili di indaco). Ebbene, tutti i bambini hanno risposto 18.

ORRORE!!

Devo ammettere che ho rischiato una sincope! E questo mi ha spiegato tante cose che avvengono nel sociale, nell’economia e nel sistema-paese più in generale. Ma mi fermo qui perché andrei OFF-TOPIC. Se avete del tempo per rifletterci, le conclusioni potete benissimo trarle da soli.

In ogni caso: quale relazione c’é fra il numero di animali posseduti dal capitano di Flauber e la sua età ? Quando avevo quella età li, mi son sentito ripetere fino alla nausea la filastrocca: “se hai 12 patate e 8 mattoni alla fine non hai 20 patate o 20 mattoni! hai solo 12 patate e 8 mattoni. NON SOMMARE MAI PATATE E MATTONI”

Una cosa del genere, l’ho sentita dire da qualche altra parte sotto questa forma:

“Se la minestra è una cosa buona, i fiammiferi sono una cosa buona, la minestra piena di fiammiferi è una cosa buona ?”

Spiega ancora il professor Bolondi: «Quello che scatta, in questi casi, è un meccanismo deformato. Lo studente quando ha di fronte a sé un testo matematico non lo legge come testo ma come consegna da svolgere. Il bambino nemmeno sospetta che sia un problema senza senso. E’ una questione di contratto didattico». In altre parole, di abitudine: se la maestra fa una domanda, una risposta ci deve pur essere. Impossibile anche solo immaginare che la risposta, in questo caso, sia impossibile. Questione, appunto, di contratto didattico.

Ma quando c’è scritto + devo fare la somma?

Bolondi fa un altro esempio: «Mauro ha due anni più di Roberto. Se Mauro ha dieci anni, quanti ne ha Roberto?». Anche a questa domanda apparentemente semplice capita che i bambini rispondano 12 anziché 8. Com’è possibile? «Semplice, perché sono abituati che la maestra dica loro: guarda cosa c’è scritto nella tabellina: se c’è scritto più vuol dire che devi fare la somma». E loro applicano questo modello anche al testo senza accorgersi che invece in questo caso dovrebbero fare una sottrazione.

Una affermazione del genere farebbe rivoltare la mia maestra nella tomba! Ed a mia madre farebbe venire i conati di vomito. Ma “attivare il cervello” ( del/della docente, è ovvio ) no ? Lasciamo perdere il fatto di farli diventare dei geni! Non ci allarghiamo così tanto! Dal mio punto di vista, sarebbe già tanto che i bambini imparassero ad essere “normali esseri senzienti”. E’ sicuramente meno faticoso per il docente insegnare una serie di comportamenti mnemonici come quello illustrato dall’articolo, piuttosto che portare il discente ad una vera comprensione del problema e quindi ad una sua efficace e pragmatica soluzione.

Detto alla buona: “Gli faccio mettere a memoria 2 regolette così ho fatto quello che devo fare – così non mi impegno neanche troppo – e poi se la vedrà da solo”. Ho sentito con le mie orecchie molti docenti giustificare la loro scelta “didattica” affermando  che così facendo “sarà la vita stessa ad insegnare al bambino/ragazzo”. Personalmente ritengo che a questi docenti sfugga qualcosa riguardo la loro professione….. Lasciamo perdere: vorrei evitare di scadere nel turpiloquio.

Ma questo modo di fare, alla lunga, cosa comporta?

Ricordiamoci che i bambini di oggi sono i professionisti di domani.

Rispondete onestamente!

Chi si farebbe costruire una casa da un architetto le cui basi matematiche sono quelle ?

O chi si farebbe curare da un medico che dice “soffri di cuore,  quindi,  è naturale che hai le dita gialle ” ?

 Nota: della relazione fra dita gialle e problemi cardiaci ho già parlato in questo post .

Non so voi….

IO NO di sicuro!

 

 

 

 

PS: Sia ben chiaro, non ce l’ho né con i docenti  né con i genitori in generale, sono abbastanza critico verso “certi docenti” e “certi genitori”, specie quelli per cui: «Ho ragione io, il resto del mondo ha torto». Penso sia ben chiaro a quali soggetti mi riferisco.

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